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Claudio Cattarin - Maratona di NY 2006
Claudio Cattarin - L'arrivo!
Claudio Cattarin |
One race .... 37.000 stories! Questo è il benvenuto dato a tutti gli Atleti al "Centro Maratona"; già da questo primo impatto ti rendi conto che sei parte di un qualcosa di emozionante. "Cuore a mille" quando ti consegnano il pettorale e con un gesto scaramantico la signorina ti augura “GOOD LUCK”; da quel momento, in cui per la prima volta entri in possesso del "tuo numero", ti senti parte di un "evento" che fin a qualche giorno prima aveva rappresentato solo un sogno. Domenica 5 novembre. Il giorno della Maratona mi sono alzato alle 4:00 ... Alzato, mica svegliato! Era dalle 3:00 che guardavo il soffitto, ed era tutta la notte che sognavo partenze, chilometri, rifornimenti e arrivi. Alle 5:00 ero pronto: maglia, bustine di gel ai carboidrati pinzate ai pantaloncini, tuta e scarpe. Pettorale compilato (dicono di scriverci dietro la propria lingua, casomai non si fosse in grado di parlare all'arrivo) e chip fissato alla scarpa destra. Sono sceso a far colazione. Ho evitato accuratamente qualsiasi cosa avesse un aspetto troppo rigonfio (quasi tutto quello che si mangia in Usa è ripieno di qualcosa). Così mi sono limitato a qualche fetta di pane integrale con un velo di marmellata di uva. Mica troppo buona, ma quella c’era… Una tazza di the e poi… sull’autobus.Il nostro era uno dei primi della fila. Già, perché per portare all’inizio del ponte Verrazano 37.000 persone, di autobus ce n’era un serpentone. Durante il viaggio, si sentono le solite domande. “Tranquillo? Sì, certo… ho dormito come un ghiro!” “Ma dai!! Io non ho chiuso occhio!!" “No, a me più che altro questa cosa comincia a pesare…” “Pesare?” “Ma si io sto tranquillo sui miei tempi…”. Capisco che il vicino di posto non è un chiacchierone. O che è talmente emozionato da sembrare distaccato. A volte, lo faccio anch'io. Siamo arrivati dopo un’ora di viaggio: un’ora di bus, quante ore di corsa saranno? Domanda inutile, il percorso è diverso. Siamo scesi guardandoci intorno: un quartiere molto diverso da quello dei grattacieli, fatto di casette piccole in legno, senza sfarzi. Qualcuno ha messo un cartello “Welcome Runners”. Abbiamo passato qualche controllo di polizia e siamo entrati nel recinto gara. Già, perché prima, molto prima della partenza, si rimane tre ore in uno spazio immenso: ci sono viali, prati, band che suonano, gazebo che distribuiscono the, caffè, barrette energetiche di tutti i tipi e soprattutto bagels. Cosa sono? Panini rotondi, dolci, morbidissimi. Sono fatti con una farina extraraffinata, infarciti di grassi. In Italia si trovano poco e il motivo è semplice: fanno schifo!! C’è qualche locale pseudoamericano che li vende anche in versione “vegetariana”, pieni di insalata: ipocrisia alimentare. Così, abbiamo fatto passare le tre ore. Per scaldarsi, c’era chi era davvero disposto a tutto, anche a sedersi sul serbatoio che raccoglieva la pipì, quella di decine di migliaia di persone. Giuro!!! |
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Alle 9.40, la voce agli altoparlanti (trasmessa in tutte le lingue, cinese compreso) dice di “avvicinarsi alla zona di partenza". Ok, era il momento! Siamo confluiti in un viale, dopo esserci liberati di tute varie e aver consegnato le borse. Pochi minuti ancora e abbiamo iniziato a muoverci. Due curve e arriviamo in un grandissimo spiazzo, con una fila pazzesca di caselli autostradali. Ore 10:10. Il colpo di cannone. Nessuno correva, o meglio, i primi della fila, a diverse centinaia di metri da noi, hanno iniziato la loro maratona. La nostra doveva attendere diversi minuti, il tempo di raggiungere la linea di partenza e attivare il chip a radiofrequenza. L’avrò controllato 200 volte, temevo di averlo perso … I primi metri li ho fatti di fianco a uno vestito da samurai, con tanto di vera finta katana. Faceva ridere e stavo per girarmi e comunicarlo ai miei compagni di corsa. Ma poi ho visto uno in tutù da ballerina, due in divisa da pompiere, bombole comprese, e quattro in smoking. Ok, ce n’era per tutti. Il passaggio sul Ponte Verrazano è stato da sogno, in un silenzio irreale. Si sentivano solo passi, un mare di passi, con un sottofondo di respiri. Poi, un boato. Iniziava la folla, l’ala di folla che non ci avrebbe più lasciato: un'ala che ha sostenuto i campioni, i bravi e quelli che si trascinavano. Una città intera che ha guardato negli occhi 37.000 persone. Perché questo era quello che succedeva: quando guardavi qualcuno del pubblico, scoprivi che stava guardando te. Sembrava incredibile! Un’ora, due. Poi tre. Trenta chilometri fatti ..... ne mancano 12 Riecco Manhattan, riecco i grattacieli, riecco Central Park: per entrare nel parco si fa una curva un po’ stretta. Se tutti piangono come me adesso, pensavo, spero di non scivolare. Già, perché trattenere il groppo in gola era impossibile. Anche se a tre km dall’arrivo non ne potevo più. É il raggio verde. Pare che i maratoneti lo chiamino così. Pensieri in progressione: “Sono stanco .... Non ce la faccio ... Non ce la faccio più!” “Non me ne frega più niente, vado avanti e basta”. Il traguardo: era grande, largo. Arancione. Ubriaco di fatica, lottando con la nausea che mi tormentava da 5 km buoni, me lo sono ricordato. Ho alzato le braccia, lo sguardo, il cuore. Qualcuno mi ha abbracciato, mettendomi addosso un telo termico. E poi, una medaglia. Mettiti qui ... click. “Good job, runner”. |
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