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Eccoci alle prese con un altro scandalo, gli intrighi, le truffe, le associazioni a delinquere e i sospetti di corruzione nel mondo del calcio. E ancora una volta, come in quasi tutte le vicende italiane, vengono con chiarezza alla ribalta, grazie alle indagini giudiziarie, fatti e trame di cui, però, si parlava già da tempo. Ancora una volta, insomma, si poteva intervenire tempestivamente, per bloccare sul nascere manovre e illegalità, ma non ci si è mossi.
Alcuni giocatori (pochi, comunque, molto pochi) avevano dato voce alla fatica per le pressioni ricevute. Gli organi sportivi, dalla Lega alla Federazione, avevano insomma tutti gli elementi per fare il loro mestiere, di chi deve controllare e garantire trasparenza e regolarità. E invece, tutti zitti, polvere sotto il tappeto, lo show deve continuare. Fino a che lo scandalo è diventato troppo grosso, vistoso, ingombrante per essere ancora tenuto sotto silenzio. Infastidito dai troppi che oggi si stupiscono e gridano (la genia dei farisei è purtroppo immortale) quando ieri tacevano, ci si chiede se non sarebbe stato molto meglio se, di fronte alle voci, ai sospetti e alle denunce giornalistiche, Federazione e Lega avessero fatto il loro dovere, indagando serenamente, approfondendo denunce e segnalazioni, esercitando una “moral suasion” sui personaggi più discussi perché abbandonassero il campo, per il bene dello sport. E se alcune società avessero manifestato la volontà di vedere chiaro innanzitutto al loro interno. Ci saremmo liberati per tempo dei tanti “Moggi & compari” in circolazione e avremmo adesso uno sport più pulito, più appassionante da vedere, più capace di mettere in pratica quei valori cui formalmente si ispira: la competizione, la gara, il premio al migliore, lo spettacolo, da seguire assecondando le passioni del cuore tifoso. Di fronte alle critiche a Moggi, l’avvocato Agnelli usava dire che “lo stalliere del re deve conoscere i ladri di cavalli”. Certamente. Ma per guardarsene, non per diventare il capo-ladro. E comunque, date le frequentazioni, sullo stalliere il re del buon governo sa di dovere tenere, lui prima di tutti, gli occhi aperti. Gli occhi di tanti re sono rimasti lungamente, colpevolmente chiusi. E oggi il prezzo è pagato da tanti tifosi in buona fede, dai giocatori che si sono impegnati non confidando nei trucchi e nelle “combine”, dai risparmiatori che hanno investito in Borsa sulle società quotate (e che oggi, di fronte alla caduta dei titoli, avrebbero probabilmente il diritto di promuovere azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori che non sono tempestivamente intervenuti e dei dirigenti alla Moggi e alla Giraudo). Uomini di Governo e parlamentari ci hanno messo del loro, aggravando la situazione: i provvedimenti di legge “salva calcio” per favorire le società dai bilanci traballanti (approvati nonostante le critiche della UE e dei commentatori economici più autorevoli) hanno finito per comunicare alla “banda del calcio” che per quel mondo si era pronti a fare leggi speciali, particolari, clientelari, di favore. Il risultato? Soldi pubblici buttati via. Sprechi. E nessun rigore. Il calcio, da questo punto di vista, è la riprova di condizioni più generali da “Italia del pressappoco” (secondo la bella definizione del linguista Raffaele Simone) in cui, con scarsa etica della responsabilità, si ammicca, si chiacchiera, si tollera, si zittisce il critico. Sino a che tocca alla magistratura intervenire quando i “casi” esplodono. Lo si è visto nel caso degli scandali bancari e delle operazioni dei “furbetti”. O nei casi di Tangentopoli. Quando cioè né il mondo politico né quello della finanza hanno saputo fare pulizia al loro interno, emarginando i Fiorani e i tangestisti. Lo si rivede oggi nel calcio. I magistrati, accusati spesso di eccesso di interventismo, indagando fanno il loro mestiere (speriamo con sollecitudine e chiarezza). Non lo hanno fatto invece tutti coloro che, pur in posizione di responsabilità, potevano intervenire e sono stati fermi. Irresponsabili e moralmente complici. |