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Negli
sport di squadra, nel calcio in particolare, non è pensabile poter
prescindere dalle doti tecniche degli interpreti, dalla familiarità che
ciascun atleta dovrebbe necessariamente avere nel governare l'oggetto del contendere.
É altresì innegabile come alcune "verità" del calcio
alberghino ai poli estremi della Teoria Pedatoria e possano anche
sembrare, ad una prima analisi, contraddittorie ed inconciliabili.
"Undici campioni non fanno una squadra!".
Un affermazione per molti incomprensibile ma anche un assioma consolidato, che appartiene al lessico del calcio e che
fa da premessa a ciò che questo sport non ha di naturale ovvero di
"precostruito".
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Per
anni ho allenato squadre di esordienti e dal loro comportamento ho
compreso l'istinto primario del piccolo "bipede
calciatore", quel che per lui è naturale e quel che non lo
è.
Naturale è correre dietro la palla tentando di mantenerne
il possesso, il più a lungo possibile.
Innaturale è la "consapevolezza" dell'esistenza
del compagno di
squadra, il concetto di "posizione" in campo.
É il cosiddetto "calcio spontaneo", dove prevale il
singolo con la propria individualità: non una squadra, ma uno sciame d'api impazzito
che migra da una parte all'altra del campo senza alcuna cognizione
di "tempo e spazio", parametri innaturali alla base del
calcio adulto, filtrato dalla teoria (modulo tattico), quindi
costruito. |
L'atleta
di una squadra amatoriale, in particolare quello che si ritrova in campo
per la prima volta, ripropone inevitabilmente l'atteggiamento atavico ed
in lui riemerge spontaneamente il "fanciullino calciatore".
Il gioco "a zona" fonda le sue origini, ha la sua essenza,
proprio dalla oggettiva reinterpretazione del "calcio
spontaneo": il riferimento è sempre la palla (non l'avversario) e la
squadra si "orienta" comunque in base alla sua posizione, ma
questa volta in modo organizzato, non più caotico e casuale.
É la rivisitazione matura, teorizzata, dello "sciame d'api", solo che ora
il "fanciullino calciatore" si
comporta rispettando quei
parametri a lui prima sconosciuti (tempo e spazio).
É la metamorfosi del calcio: da sciame a squadra, da undici
individualità a collettivo.
Ma la transizione è semplice solo a parole.
Azzerare l'istinto primordiale dell'atleta, per riproporlo quale autentico
"elemento squadra", pedina di uno scacchiere, è il primo arduo
obiettivo di un allenatore ..... o presunto tale!
Dedico
queste semplici e forse ovvie (inutili?) elucubrazioni agli Atleti INGEGNERI
ROMA 3, e li ringrazio per l'impegno, l'abnegazione, per quanto di
bello hanno saputo fare fin qui.
La loro sofferta metamorfosi è stata la nostra vera, prima grande
vittoria!
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